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L’Assalto a Caracas: Cronaca di una Notte Storica

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, mentre la capitale venezuelana dormiva sotto una luna piena, gli Stati Uniti hanno condotto quella che il presidente Donald Trump ha definito “un assalto spettacolare, come non se ne vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale”. L’operazione “Absolute Resolve” ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, presidente del Venezuela dal 2013, segnando un momento di svolta nella storia delle relazioni internazionali e del diritto sovranazionale.

Ha parenti italiani in Venezuela e non sa che cosa possa fare dall’Italia?

Qui si parla di diritto internazionale, ma dietro quella notte vi sono famiglie reali. In Venezuela vivono molti cittadini italiani e chi ha un figlio, un fratello o un genitore là oggi fatica perfino a sentirlo. Se si trova in questa situazione può prenotare una consulenza da 100 euro, online da tutta Italia o in studio. Stabiliamo che cosa possa fare dall’Italia, come conferire una procura a chi agisce al Suo posto, come mantenere attivi conti, documenti e pratiche intestate a chi si trova là, e a quali autorità italiane convenga scrivere.

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L’attacco è iniziato alle 22:46 ora di Washington (le 4:46 del mattino in Italia) con un cyberattacco mirato che ha provocato un blackout tattico nell’area di Fuerte Tiuna, una delle residenze-bunker di Maduro. Questo ha permesso a oltre 150 velivoli – tra elicotteri, droni e bombardieri – decollati da 20 basi militari statunitensi di avvicinarsi agli obiettivi senza essere rilevati dai sistemi di difesa venezuelani. Gli attacchi aerei hanno colpito simultaneamente obiettivi strategici e simbolici: la base aerea di La Carlota all’interno della città, la caserma della montagna dove si trova il mausoleo di Hugo Chávez, la base navale di Catia La Mar, il Palazzo federale legislativo e Forte Tiuna, sede del Ministero della Difesa.

Mentre i bombardamenti assordavano la notte caraibica, le unità speciali della Delta Force penetravano nel perimetro di Fuerte Tiuna. Secondo il racconto fornito dalla Casa Bianca, alle 2:01 ora locale gli incursori sono entrati nella camera da letto dove Maduro dormiva insieme alla moglie Cilia Flores. In appena 46 secondi, stando alla versione di Trump, il presidente venezuelano è stato bloccato mentre tentava di rifugiarsi in una stanza blindata attigua. La moglie, paralizzata dalla paura, è rimasta immobile nel letto. Entrambi sono stati immediatamente trasferiti su una nave militare statunitense e portati a New York, dove li attendeva un mandato di arresto per narcotraffico.

L’operazione ha causato un bilancio pesante in termini di vite umane. Secondo fonti del New York Times, i morti sarebbero almeno 40, tra militari e civili, mentre altre stime parlano di 80 vittime. Il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino López ha denunciato l’assassinio “a sangue freddo” di una larga parte delle guardie del corpo di Maduro, in particolare i fedeli agenti cubani che costituivano il nucleo più fidato della sua sicurezza personale.

Le Radici della Crisi: Da Chávez al Collasso Venezuelano

Per comprendere le ragioni profonde di questo intervento militare senza precedenti, occorre ripercorrere la parabola politica ed economica del Venezuela negli ultimi decenni. La storia inizia nel 1998, quando Hugo Chávez, ex tenente colonnello protagonista di un fallito colpo di Stato nel 1992, viene eletto presidente con la promessa di una “rivoluzione bolivariana” che avrebbe trasformato radicalmente il paese sudamericano.

Chávez ha plasmato il Venezuela moderno attraverso una serie di riforme radicali: la nazionalizzazione delle risorse petrolifere nel 2007, la creazione di estesi programmi sociali finanziati con i proventi dell’oro nero, la riforma agraria e la democratizzazione delle attività economiche attraverso cooperative gestite dai lavoratori. La nuova Costituzione del 1999 ha trasformato il paese nella “Repubblica Bolivariana del Venezuela”, concentrando poteri significativi nelle mani del presidente. Durante gli anni del boom petrolifero, questi programmi hanno effettivamente ridotto la povertà e aumentato l’accesso all’istruzione e alla sanità per milioni di venezuelani.

Tuttavia, il modello economico chavista presentava fragilità strutturali che sarebbero emerse con devastante chiarezza dopo la morte di Chávez nel 2013 e l’ascesa al potere del suo successore designato, Nicolás Maduro. L’eccessiva dipendenza dal petrolio, la mancanza di diversificazione economica, la corruzione dilagante e le politiche di controllo dei prezzi hanno innescato una spirale di declino economico senza precedenti. Quando i prezzi del petrolio sono crollati, il castello di carte è crollato con essi.

Il Venezuela di Maduro è precipitato in quella che il Fondo Monetario Internazionale ha definito “la più grave crisi di un paese non in guerra negli ultimi cinquant’anni”. L’iperinflazione ha polverizzato il potere d’acquisto delle famiglie, i supermercati si sono svuotati di prodotti di prima necessità, il sistema sanitario è collassato per mancanza di medicinali e attrezzature, mentre i blackout elettrici sono diventati routine quotidiana. I livelli di povertà sono esplosi e oltre 7,9 milioni di venezuelani – circa un quarto della popolazione – sono fuggiti dal paese, generando una delle più grandi crisi migratorie della storia moderna.

Parallelamente al collasso economico, il regime di Maduro ha inasprito progressivamente la repressione contro gli oppositori politici. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato oltre mille prigionieri politici, casi sistematici di tortura nei centri di detenzione, uccisioni extragiudiziali durante le manifestazioni e la soppressione sistematica della libertà di stampa. Le elezioni presidenziali del luglio 2024, dalle quali Maduro è uscito formalmente vincitore, sono state contestate dall’opposizione e da gran parte della comunità internazionale come viziate da brogli e irregolarità.

Gli Interessi in Gioco: Petrolio, Geopolitica e Narcotraffico

Le motivazioni dichiarate dall’amministrazione Trump per l’intervento militare si articolano su tre livelli, ma è evidente che gli interessi economici legati al petrolio costituiscano il cuore della questione. Il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo: circa 300 miliardi di barili, pari al 18% delle riserve globali, una quota superiore a quella dell’Arabia Saudita e oltre tre volte quella di Russia e Stati Uniti.

Durante la conferenza stampa seguita all’attacco, Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni: “Faremo arrivare le nostre grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”. Il vicepresidente JD Vance aveva parlato esplicitamente di “petrolio rubato” che “deve essere restituito agli USA”, mentre Trump ha aggiunto che “dal sottosuolo arriverà una ricchezza enorme che andrà alla popolazione del Venezuela. E agli Stati Uniti come risarcimento per i danni subiti”.

L’interesse strategico è evidente se si considera il contesto geopolitico attuale. Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero completata da Chávez nel 2007, le grandi compagnie americane come ExxonMobil e ConocoPhillips avevano ritirato i propri investimenti dal Venezuela, mentre l’unica major rimasta, Chevron, opera con una licenza che prevede la divisione a metà dei profitti con lo Stato venezuelano. Nel frattempo, la Cina è diventata il principale acquirente del petrolio venezuelano, assorbendo l’81% delle esportazioni attraverso complesse reti di intermediari per aggirare le sanzioni statunitensi. Il controllo delle risorse energetiche venezuelane consentirebbe agli Stati Uniti non solo di aumentare la produzione e l’export, ma anche di influenzare direttamente il prezzo di mercato del petrolio, potenzialmente colpendo paesi avversari come Iran e Russia.

La giustificazione formale dell’operazione si fonda sull’accusa di narcotraffico. Maduro e la moglie sono stati trasferiti a New York dove li attende un processo federale per presunto coinvolgimento nel traffico di droga verso gli Stati Uniti. Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che tra i cambiamenti richiesti da Washington c’è “lo stop al narcotraffico e alla presenza di elementi dell’Iran e di Hezbollah” nel paese. Questa narrazione consente all’amministrazione Trump di qualificare l’intervento non come un “atto di guerra” che richiederebbe l’autorizzazione del Congresso, ma come una “operazione di arresto” basata su un mandato giudiziario.

Infine, la dimensione geopolitica dell’operazione è chiara: il Venezuela rappresentava l’ultimo bastione di resistenza all’egemonia statunitense in America Latina, con alleanze strategiche consolidate con Russia e Cina. Mosca aveva fornito a Caracas armamenti, tecnologie e canali di esportazione alternativi per aggirare le sanzioni, mentre Pechino aveva investito miliardi in prestiti e cooperazione tecnologica. L’intervento militare statunitense invia un messaggio inequivocabile alla regione e ai rivali globali: nel continente americano non c’è spazio per amministrazioni che si sottraggono all’influenza di Washington.

Il Vuoto di Potere: Rodriguez, Machado e il Futuro Incerto

All’indomani della cattura di Maduro, il Venezuela si è svegliato nell’incertezza più totale. La Corte Suprema, controllata dal chavismo, ha nominato la vicepresidente Delcy Rodríguez presidente ad interim per un periodo di 90 giorni, conformemente a quanto previsto dalla Costituzione venezuelana in caso di assenza del capo dello Stato. Il ministro della Difesa Vladimir Padrino López ha confermato che le Forze Armate riconoscono l’autorità di Rodríguez, invitando la popolazione a riprendere le normali attività e promettendo “continuità democratica”.

Delcy Rodríguez, 57 anni, laureata in Giurisprudenza, è una figura di spicco dell’ala più dura del regime chavista. Fedelissima di Maduro, ha ricoperto numerose cariche chiave: ministra delle Comunicazioni dal 2013 al 2014, ministra degli Esteri dal 2014 al 2017, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente dal 2017 al 2018, e vicepresidente dal 2018, con delega anche al settore degli idrocarburi. Il suo primo atto da presidente ad interim è stato chiedere agli Stati Uniti di rilasciare Maduro e di fornire prove che dimostri che l’ex presidente sia ancora in vita. Ha definito Maduro “l’unico presidente legittimo del Venezuela”, segnalando la volontà del chavismo di non cedere il potere senza resistenza.

Tuttavia, gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità di Rodríguez. Il segretario di Stato Rubio ha dichiarato esplicitamente: “Non la riteniamo presidente legittima perché non riteniamo legittimo questo regime, frutto di elezioni fraudolente. E non siamo solo noi. Sono circa 60 i paesi in tutto il mondo che condividono questa opinione”. Questa posizione getta un’ombra di incertezza sulla transizione, con il rischio di uno scenario di doppia autorità o di vuoto istituzionale.

Sul fronte opposto si colloca María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana e vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025. Figura carismatica dell’ala più radicale dell’opposizione, Machado ha vinto le primarie dell’opposizione nell’ottobre 2023 con oltre due milioni di voti, ma è stata inabilitata dalla Corte Suprema controllata da Maduro a ricoprire incarichi pubblici per 15 anni con l’accusa di corruzione. Dopo la notizia della cattura di Maduro, Machado ha postato su X: “Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! Siamo pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere. Metteremo ordine, libereremo i prigionieri politici, costruiremo un Paese eccezionale e riporteremo i nostri figli a casa”.

Machado rappresenta un’opposizione fortemente liberale e anticomunista, favorevole alla privatizzazione degli enti statali, compresa la compagnia petrolifera PDVSA, e sostenitrice delle sanzioni internazionali contro il regime di Maduro. Tuttavia, Trump ha frenato gli entusiasmi durante una conferenza stampa, affermando: “Valuteremo se per Machado sarà possibile guidare il Paese, al momento hanno una vicepresidente. Sarebbe dura per lei essere leader, non ha il sostegno o il rispetto all’interno del Paese”. Questa ambiguità lascia intendere che Washington potrebbe preferire una transizione controllata piuttosto che un cambio radicale di leadership.

La situazione sul terreno rimane tesa ma relativamente tranquilla. A Caracas i movimenti sono ridotti al minimo, con la popolazione barricata in casa in attesa di chiarimenti. File interminabili si formano davanti ai supermercati per accaparrarsi beni di prima necessità e alle stazioni di servizio per il carburante, mentre la mancanza di elettricità aggrava ulteriormente le condizioni di vita. La frontiera con il Brasile è stata riaperta, mentre la Colombia ha messo in allerta le proprie truppe lungo il confine venezuelano. Non si registrano manifestazioni popolari significative, ma il timore di un’escalation di violenza resta alto, soprattutto considerando la presenza di milizie paramilitari legate al chavismo che potrebbero opporre resistenza.

Il Nodo del Diritto Internazionale: Violazione o Legittimità?

L’intervento militare statunitense in Venezuela ha sollevato un dibattito giuridico di portata storica, riaccendendo questioni fondamentali sulla tenuta del diritto internazionale e sull’ordine mondiale post-1945. La quasi totalità degli esperti di diritto internazionale concorda nel qualificare l’operazione come una grave violazione della Carta delle Nazioni Unite.

L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU stabilisce in modo inequivocabile il divieto dell’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di uno Stato. Si tratta di una norma cogente, inderogabile, che ammette solo due eccezioni: la legittima difesa a seguito di un attacco armato già sferrato (articolo 51) e l’uso della forza autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Nel caso venezuelano, non sussiste nessuna delle due condizioni: gli Stati Uniti non hanno subito un attacco armato da parte del Venezuela, né hanno ottenuto alcuna autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza.

Marina Castellaneta, ordinaria di Diritto internazionale all’Università di Bari, ha affermato senza mezzi termini: “Gli Stati Uniti hanno operato una grave violazione del diritto internazionale. L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce il divieto di uso della forza, è una norma cogente, inderogabile, se non nel caso di legittima difesa, a seguito di un attacco armato già sferrato”. La professoressa Castellaneta ha inoltre sottolineato che l’operazione configura un “sequestro di persona” piuttosto che un mandato d’arresto, e che un capo di Stato gode di immunità internazionale – un principio che gli stessi Stati Uniti hanno spesso invocato per difendere figure come il primo ministro israeliano Netanyahu.

L’amministrazione Trump ha cercato di costruire una giustificazione giuridica alternativa, basata su tre pilastri argomentativi. In primo luogo, Rubio ha sostenuto che l’operazione non costituisce un'”invasione” ma una “operazione di arresto” basata su un mandato giudiziario emesso da magistrati di New York per narcotraffico. In secondo luogo, Washington ha argomentato che Maduro non è un “presidente legittimo” perché le elezioni del 2024 sono state fraudolente, pertanto non godrebbe delle immunità riservate ai capi di Stato. Infine, l’intervento non avrebbe richiesto l’autorizzazione del Congresso perché non si tratta di un “atto di guerra” ma di un’operazione di law enforcement.

Questa costruzione giuridica, tuttavia, è stata respinta dalla maggioranza della comunità internazionale e dagli studiosi di diritto. Come ha osservato Castellaneta, “la designazione unilaterale degli Stati Uniti di un governo come ‘non legittimo’ non è una base giuridica accettabile per l’uso della forza”. Il riconoscimento o meno di un governo è una questione politica che non può giustificare la violazione della sovranità territoriale di uno Stato. Inoltre, anche ammettendo che Maduro sia un criminale ricercato, le norme internazionali prevedono strumenti di cooperazione giudiziaria come l’estradizione, non incursioni militari unilaterali.

Il precedente storico che Trump ha evocato è quello di Manuel Noriega, il leader panamense arrestato dalle forze speciali statunitensi il 3 gennaio 1990 – esattamente 35 anni prima dell’operazione contro Maduro. Anche in quel caso, Washington invocò la necessità di tutelare i cittadini americani e di portare davanti alla giustizia un narcotrafficante, ma l’intervento fu ampiamente condannato come una violazione del diritto internazionale. La riproposizione dello stesso schema operativo e legale solleva interrogativi inquietanti sulla possibilità che si consolidi una prassi di “regime change” unilaterale da parte di potenze che dispongono della forza militare necessaria.

Il segretario generale dell’ONU ha parlato di “pericoloso precedente”, mentre numerose organizzazioni per i diritti umani hanno espresso allarme per il collasso dell’ordine internazionale basato su norme giuridiche. Amnesty International ha denunciato che “l’attacco contro il Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro da parte di uno dei cinque stati membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contribuiscono ad aggravare ulteriormente il collasso del diritto internazionale. Queste azioni sono la dimostrazione di un sistema internazionale fondato sull’uso della forza militare, sulle minacce e sull’intimidazione e aumentano il rischio di azioni emulative da parte di altri stati”.

Le Reazioni del Mondo: Tra Condanne e Ambiguità

La risposta internazionale all’operazione statunitense ha messo in luce le profonde fratture geopolitiche che attraversano il sistema mondiale. Russia e Cina hanno reagito con condanne durissime, mentre l’Occidente ha assunto posizioni più sfumate e contraddittorie.

Il Ministero degli Esteri russo ha rilasciato una dichiarazione inequivocabile: “Questa mattina gli Stati Uniti hanno commesso un atto di aggressione armata contro il Venezuela. Si tratta di un fatto profondamente preoccupante e condannabile”. Mosca ha denunciato la violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite, definendo l’azione un “cambio di regime forzato” basato su pretesti insostenibili. Il presidente Putin ha dichiarato che questa mossa rappresenta un “pericoloso precedente” che la Russia intende contrastare diplomaticamente in ogni sede. La reazione russa non sorprende, considerando l’alleanza strategica consolidata con il Venezuela negli ultimi due decenni, basata su cooperazione energetica, fornitura di armamenti e sostegno diplomatico reciproco.

Altrettanto dura la posizione di Pechino. Il Ministero degli Esteri cinese ha dichiarato: “La Cina è profondamente scioccata e condanna fermamente l’uso della forza da parte degli Stati Uniti contro un Paese sovrano e contro il presidente di un Paese”. La Cina ha accusato Washington di compiere un “atto egemonico” che calpesta la sovranità del Venezuela e mette a rischio la stabilità dell’intera regione latinoamericana. Gli interessi economici cinesi in gioco sono enormi: il Venezuela è il principale hub strategico della Cina in America Latina, con miliardi di dollari in prestiti e una cooperazione petrolifera senza precedenti che vede l’81% del greggio venezuelano esportato verso la Cina. La cattura di Maduro minaccia direttamente questi asset e le rotte commerciali di Pechino.

L’Unione Europea ha adottato una posizione più ambigua e cauta. L’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha dichiarato che l’UE “chiede moderazione” e che “in ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati”. Kallas ha precisato che “l’UE ha ripetutamente affermato che Maduro non ha legittimità” e ha sostenuto “una transizione pacifica”, ma ha anche invitato tutte le parti alla moderazione. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha affermato che l’Europa sta “seguendo da vicino la situazione” e si dichiara “al fianco del popolo venezuelano”, aggiungendo però che “qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale”. Queste dichiarazioni rivelano l’imbarazzo europeo nel bilanciare la fedeltà atlantica con il rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale.

Il governo italiano guidato da Giorgia Meloni ha assunto una linea ancora più sfumata. La premier ha affermato che “l’azione militare non è la strada da percorrere”, ma ha aggiunto che “l’intervento difensivo degli USA è legittimo” – una formula contraddittoria che cerca di non inimicarsi Washington pur prendendo le distanze dall’uso della forza. La priorità dichiarata dal governo italiano è “la sicurezza della comunità italiana in Venezuela”, che costituisce con i suoi 160.000 connazionali registrati e 1,5 milioni di discendenti una delle più numerose comunità all’estero.

Una voce particolarmente autorevole e preoccupata è stata quella di Papa Leone XIV, che durante l’Angelus del 4 gennaio ha espresso il suo pensiero sulla crisi venezuelana: “Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela. Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti”. Il Pontefice ha rivolto particolare attenzione “ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica” e ha invitato alla preghiera affidandola all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei santi venezuelani.

Significative sono state anche le prese di posizione della società civile italiana. Le ACLI hanno espresso “ferma condanna per l’attacco aereo condotto dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro”, definendolo “un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale”. La CGIL, attraverso il segretario generale Maurizio Landini, ha condannato “con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela”, chiedendo al governo italiano e alle istituzioni europee di “condannare con fermezza l’aggressione USA” e l’immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La Comunità Italiana: Tra Preoccupazione e Speranza

Nel mezzo di questa crisi internazionale, una delle questioni più urgenti per l’Italia riguarda la sorte della numerosa comunità di connazionali che vive in Venezuela. Si tratta di circa 160.000 cittadini italiani registrati presso i due consolati di Caracas e Maracaibo, ma le stime parlano di oltre 1,5 milioni di venezuelani con ascendenza italiana. Questa presenza massiccia ha radici storiche profonde: tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta del Novecento, il Venezuela è stato una delle principali destinazioni dell’emigrazione italiana, soprattutto da regioni come Campania, Sicilia, Abruzzo e Puglia.

L’ambasciatore italiano a Caracas, Giovanni Umberto De Vito, ha rivolto un messaggio chiaro alla comunità: “Non uscite di casa ed evitate gli spostamenti”. L’ambasciata ha attivato da settimane piani di contingenza, in coordinamento con la Farnesina, per garantire la sicurezza dei connazionali. De Vito ha spiegato: “È da mesi che siamo in allerta con la Farnesina e per questo abbiamo predisposto i piani di contingenza da settimane. C’era un crescendo nella tensione con gli Stati Uniti e dei segnali che si sarebbe potuta verificare un’azione mirata contro installazioni militari e governative. Per questo eravamo pronti”.

Le preoccupazioni immediate riguardano l’approvvigionamento di beni essenziali, la mancanza di elettricità e la possibile carenza di carburante. Molte famiglie italiane temono anche per i propri cari detenuti nelle carceri venezuelane come prigionieri politici: secondo testimonianze riportate durante la trasmissione del TG1, sarebbero almeno 20 gli italiani tra gli oltre mille detenuti politici del regime. Un caso particolarmente drammatico è quello di Alberto Trentini, cooperante veneziano di 45 anni arrestato arbitrariamente nel novembre 2024 mentre lavorava con l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion nell’assistenza a persone con disabilità. Trentini si trova da oltre 13 mesi nel penitenziario El Rodeo I, tristemente famoso per le violazioni dei diritti umani, e la sua famiglia attende con angoscia notizie sulla sua sorte in questo momento di caos.

Il governatore del Veneto Alberto Stefani ha contattato il ministro degli Esteri Antonio Tajani per rappresentare “l’apprensione di tutta la nostra comunità per la sorte del cooperante veneto”. Tajani ha assicurato che “le competenti autorità stanno collaborando con il massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela”. La speranza di molti è che il cambio di regime possa portare alla liberazione dei prigionieri politici, ma l’incertezza sulla transizione rende impossibile fare previsioni.

Nonostante le difficoltà, molti italo-venezuelani guardano con speranza a un possibile cambiamento. Come ha riferito una fonte di Medici Senza Frontiere a Sky TG24, “la popolazione spera in un cambiamento” dopo anni di crisi devastante che ha ridotto allo stremo milioni di persone. Tuttavia, la preoccupazione per l’instabilità immediata e il rischio di violenze resta altissima, con le persone “barricate in casa perché la situazione è molto tesa”.

Scenari Futuri: Tra Transizione Democratica e Controllo Neocoloniale

Mentre il Venezuela si trova in un limbo politico e istituzionale, gli interrogativi sul futuro del paese sono molteplici e complessi. L’amministrazione Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “guideranno il Venezuela” finché non sarà possibile assicurare una “transizione ordinata”, ma i contorni di questa transizione restano nebulosi.

Dal punto di vista economico, le intenzioni statunitensi sono cristalline: le grandi compagnie petrolifere americane entreranno nel paese per “riparare le infrastrutture gravemente danneggiate” e “iniziare a generare profitti”. Trump ha promesso che la ricchezza derivante dal petrolio “andrà alla popolazione del Venezuela. E agli Stati Uniti come risarcimento per i danni subiti”. Questa formulazione lascia intendere un controllo de facto delle risorse energetiche venezuelane da parte di Washington, con una spartizione dei profitti che potrebbe risultare fortemente sbilanciata a favore degli interessi americani. Il modello potrebbe essere quello delle zone di occupazione economica post-conflitto, con concessioni di lungo termine alle major statunitensi.

Sul piano politico, la strada verso elezioni libere e democratiche appare impervia. La Corte Suprema venezuelana ha nominato Rodríguez presidente ad interim per 90 giorni, con l’ipotesi di indire elezioni anticipate entro 30 giorni. Tuttavia, gli Stati Uniti non riconoscono la legittimità di Rodríguez né del sistema giudiziario venezuelano controllato dal chavismo. D’altra parte, Trump ha mostrato freddezza verso María Corina Machado, la candidata naturale dell’opposizione e vincitrice del Nobel per la Pace, affermando che “sarebbe dura per lei essere leader”. Questa ambiguità alimenta il sospetto che Washington preferisca una figura di transizione più moderata e malleabile, possibilmente un tecnocrat o un militare disposto a garantire gli interessi economici statunitensi senza abbracciare l’agenda radicalmente liberista di Machado.

Le Forze Armate venezuelane rappresentano un fattore cruciale ma enigmatico. Il fatto che la difesa venezuelana sia stata “molto flebile” durante l’attacco notturno e che Maduro sia stato catturato con relativa facilità ha alimentato speculazioni su possibili tradimenti interni o accordi sottobanco. Il ministro della Difesa Padrino López è apparso in un video in cui denunciava “il vile attacco americano” da solo, senza la presenza di alcun vertice militare – un particolare che fonti ecclesiali hanno definito “interessante” e sospetto. Nel frattempo, Diosdado Cabello, considerato l'”uomo forte” del chavismo e guida delle forze di polizia e delle milizie paramilitari, ha diffuso un video in cui incita alla “difesa e alla resistenza”. Questo scenario suggerisce possibili fratture all’interno dell’establishment chavista, con alcuni settori militari disposti a collaborare con la transizione e altri pronti a opporre resistenza armata.

Il rischio di violenze e di una prolungata instabilità resta concreto. Le milizie paramilitari legate al chavismo, i cosiddetti “colectivos”, mantengono un notevole livello di controllo territoriale in alcune aree e potrebbero scatenare azioni di guerriglia urbana. Trump ha dichiarato di non avere “paura” di inviare truppe sul terreno se necessario, il che potrebbe trasformare il Venezuela in un teatro di occupazione militare prolungata, con tutte le conseguenze umanitarie e politiche che ne deriverebbero.

Sul piano internazionale, l’operazione in Venezuela segna un punto di svolta nelle relazioni globali. Come ha osservato un commentatore cinese, “il velo del vecchio ordine è in frantumi”. L’intervento militare unilaterale da parte di un membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU senza alcuna autorizzazione internazionale rappresenta un precedente pericoloso che potrebbe legittimare azioni simili da parte di altre potenze. La Russia potrebbe invocare il precedente venezuelano per giustificare future incursioni nei paesi della sua sfera di influenza, così come la Cina potrebbe sentirsi autorizzata a intervenire militarmente in Taiwan o in altre dispute territoriali.

Conclusioni: Il Diritto Internazionale alla Prova della Forza

L’operazione “Absolute Resolve” contro il Venezuela rappresenta molto più di un cambio di regime in un paese sudamericano in crisi. È un test cruciale per la tenuta dell’ordine internazionale costruito sulle rovine della Seconda Guerra Mondiale, un ordine fondato sul principio della sovranità statale e sul divieto dell’uso unilaterale della forza.

La giustificazione giuridica offerta dall’amministrazione Trump – un mix di accuse di narcotraffico, negazione della legittimità democratica di Maduro e rivendicazione del diritto di proteggere gli interessi nazionali – ricorda pericolosamente le dottrine pre-ONU delle “guerre giuste” e delle zone di influenza imperiale. Come ha sottolineato una studiosa di diritto internazionale, “l’uso della forza non è in alcun modo giustificabile e la designazione USA non è una base giuridica accettabile”. Eppure, la debolezza delle reazioni occidentali e l’assenza di conseguenze concrete per Washington suggeriscono che la comunità internazionale potrebbe essere incapace o non disposta a far rispettare le norme che essa stessa ha sancito.

Per il Venezuela, le prossime settimane e mesi saranno decisivi. La popolazione, stremata da oltre un decennio di crisi economica, repressione e collasso dei servizi essenziali, spera in un cambiamento che possa riportare stabilità, democrazia e prosperità. Tuttavia, la storia degli interventi militari “umanitari” o “liberatori” in America Latina e altrove nel mondo offre pochi motivi di ottimismo. Troppo spesso, il rovesciamento di regimi autoritari ha lasciato il posto a lunghi periodi di instabilità, violenza e saccheggio delle risorse nazionali da parte di interessi stranieri.

La comunità italiana in Venezuela, insieme ai milioni di cittadini venezuelani, attende con ansia e speranza l’esito di questa crisi. Le parole del Papa – “il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione” – rappresentano un richiamo morale urgente perché la transizione avvenga nel rispetto della dignità umana, della sovranità popolare e dello stato di diritto. Resta da vedere se questo appello sarà ascoltato, o se il Venezuela diventerà l’ennesimo capitolo della storia in cui la forza delle armi ha prevalso sulla forza del diritto.

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